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Roma 01.11.2021

Prot. 084 SG ORSA

                                                                                     Prof. Mario Draghi

                                                                                      Presidente del Consiglio dei Ministri

 

                                                                                  On. Andrea Orlando 

                                                                                  Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali

                                                           

                                                                                  On. Giancarlo Giorgetti

                                                                                  Ministro dello Sviluppo Economico

                                                           

                                                                                  On. Daniele Franco

                                                                                  Ministro dell'Economia e delle Finanze

                                                               

                                                                                      Gruppi Parlamentari 

                                                                                      TUTTI

 

 

Oggetto: Riforma delle Pensioni e Legge di Stabilità

In premessa, nel constatare una significativa compressione delle relazioni e interlocuzioni sindacali, per lo meno con il mondo sindacale cosiddetto autonomo e di base, la scrivente Confederazione ORSA registra la mancata convocazione in riunioni su materie sociali tra le quali pensioni, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, tutela dell’occupazione, fisco, Protocollo con le parti sociali sul PNRR. Non semplicemente per delle brevi informative e comunicazioni, la scrivente rileva la necessità di un confronto preventivo sulle riforme importanti che necessitano per il Paese e per il mondo del lavoro. Non vorremmo interpretare la parziale convocazione dei soggetti sindacali quale improprio compiacimento del monopolio della rappresentanza, assai lontano dall’auspicata democrazia partecipata che nella fattispecie si realizza con il coinvolgimento di tutte le parti sociali.

 

Il tema delle pensioni che in questi giorni occupa il Governo è una piaga economica e sociale che resterà tale fin quando non si affronterà il problema attraverso l’analisi dettagliata di tutte le componenti che incidono sulla sostenibilità della spesa, nonché delle possibili soluzioni volte a creare nuove entrate contributive che dovranno garantire la pensione anche alle giovani generazioni.

In un Paese che, dopo la Legge Fornero, nella graduatoria dall’OCSE si è posizionato fra i Paesi europei con i requisiti più gravosi per l’accesso alla pensione; il paventato azzeramento della quota 100 e il progetto di recupero del disavanzo con interventi che agiscono, ancora una volta, sull’aumento dell’età pensionabile, è un evidente passo indietro e si configura come soluzione senza ambizioni a lungo termine, che punta solo ad aggiustare i conti in modo transitorio senza guardare al futuro.

La Confederazione OR.S.A. giudica penalizzante la mediazione del Governo orientata a mantenere provvisoriamente Quota 102 per avviare il successivo rientro alle rigidità della Legge Fornero che teorizza di tutele per le nuove generazioni ma nel concreto costringe all’attività lavorativa gli italiani in età avanzata e lascia i giovani nel limbo della disoccupazione o, nel migliore dei casi, nell’insicurezza del precariato.

Inoltre, lo schema proposto dal Governo lascerebbe andare in pensione anticipata poche decine di migliaia di lavoratori il primo anno, penalizzando fortemente i lavoratori che oggi hanno 61-62 anni d’età e 37 di contributi. Costoro, se quota 100 (62 + 38) fosse stata confermata, sarebbero potuti andare in pensione anticipata l’anno prossimo. Invece, con Quota 102 (64+38) nel 2022 ed eventuale Quota 104 (66+38) nel 2023, non potrebbero più andare in pensione anticipata e dovrebbero aspettare fino al 2026 per raggiungere la normale pensione di vecchiaia o di anzianità.

E’ sbagliato, ripetitivo e anacronistico l’ennesimo tentativo di riequilibrare il sistema previdenziale solo con il contenimento della spesa che si traduce nel prolungamento dell’attività lavorativa per soggetti in terza età che, giocoforza, per questioni fisiologiche, non saranno nelle condizioni di tenere i ritmi di produttività richiesti per il rilancio del Paese post-pandemia. Con tale sistema si ingenera l’invecchiamento della platea dei lavoratori e si chiudono le porte alle giovani potenzialità, indispensabili per tenere il confronto col resto d’Europa in tema di produzione.

Il progetto di contenere il deficit del sistema previdenziale solo con il taglio alla spesa è fallito più volte, è il momento di valorizzare la seconda voce del bilancio, quella delle entrate.

Per pareggiare i conti della Previdenza serve un incremento delle entrate contributive, significa che il Governo, invece di prospettare un esercito di ultrasessantenni costretti in fabbrica per non gravare sulle casse pubbliche, deve creare le condizioni per aumentare i livelli occupazionali con il ricambio generazionale. Bisogna inserire nel sistema nuova linfa in grado di tenere i ritmi di produzione e al contempo implementare, con nuova contribuzione, il finanziamento della previdenza che in Italia resta un obbligo, no una regalia; un diritto inalienabile che gli italiani sovvenzionano durante la vita lavorativa e hanno la legittima aspettativa di fruirne in vecchiaia, nella misura sufficiente a garantire un’esistenza decorosa.

L’aumento dell’occupazione stabile corrisponde a un aumento delle entrate previdenziali e si pone come elemento essenziale per il riequilibrio economico del sistema. Il concetto è bene esposto nel rapporto dal Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali n° 6 del 2019 che evidenzia come nel bilancio della spesa e delle entrate previdenziali i saldi sono peggiorati fino al 1995. Successivamente, con gli effetti della Legge di Riforma n. 335 (Legge Dini), si sono avuti per oltre un decennio andamenti gradualmente convergenti di entrate e uscite, fino ad arrivare a un quasi pareggio dei conti previdenziali nel 2008. Dopo tale anno, le conseguenze della prolungata crisi si sono manifestate in modo evidente con il calo dei livelli occupazionali, la brusca frenata delle entrate contributive e il conseguente nuovo peggioramento dei saldi che hanno imboccato il trend negativo fino ai nostri giorni. Ciò dimostra che il bilancio della Previdenza va in crisi quando aumenta la disoccupazione e conferma il fallimento del modello Fornero che affronta il disavanzo solo con l’aumento del requisito anagrafico per l’accesso alla pensione. Scelta evidentemente improduttiva che invecchia il panorama lavorativo, non risana i conti in modo definitivo e si limita ad aggiustarli provvisoriamente sulla carta, trascurando gli effetti futuri e nella vita di tutti i giorni.

Nella Legge di Bilancio pensata dall’attuale Esecutivo si prevede una crescita del 6% a parziale recupero del recesso economico patito per effetto della pandemia. Da una prima analisi delle misure previste dal Governo si trae la sensazione di una previsione prettamente “tecnica” della crescita che non si tradurrà in concreto benessere diffuso. E’ difficile immaginare un miglioramento dello stato sociale, parallelo alla crescita teorica, che si dovrebbe ottenere con una Legge di Bilancio comprendente l’aumento dell’età pensionabile, il taglio nominale delle tasse che non privilegia i redditi più bassi e l’insufficiente investimento per le assunzioni, limitate alle Amministrazioni dello Stato e agli Enti pubblici.

Per migliorare il Welfare, ma anche per sanare il bilancio della Previdenza, c’è bisogno di un’equa distribuzione delle risorse e di nuova occupazione che non si ottiene aumentando progressivamente l’età pensionabile o investendo sparute risorse nel fondo delle assunzioni solo in ambito pubblico. L’Italia necessita di una seria riforma delle politiche del lavoro per superare i contratti a termine, il lavoro somministrato, il precariato diffuso alla base delle insicurezze sociali e del fenomeno dei lavoratori poveri che saranno pensionati poveri, ove arrivassero a raggiungere la quiescenza.

L’ultima riduzione dell’orario di lavoro per via legislativa in Italia è avvenuta più di 50 anni fa, è arrivata l’ora di conformarsi alla nuova realtà dell’economia partendo da un deciso rinnovamento, anche culturale, del sistema che ha ingenerato debito e disoccupazione. L’ipotesi di “lavorare meno a parità di salario”, avanzata dal presidente dell’INPS - Pasquale Tridico – è da prendere in seria considerazione. Laddove in Europa si lavora meno, si osserva una maggiore partecipazione al mercato del lavoro e una stabilità del sistema pensionistico. Non vi è dubbio che in tema di occupazione, produzione e stabilità economica Germania e Francia, che da tempo hanno provveduto alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sono decisamente avanti rispetto a Italia e Grecia che adottano un orario di lavoro più gravoso fissato a vecchi standard.

Investendo sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, si attiverebbe l’incremento dell’occupazione con giovani lavoratori immessi nel ciclo produttivo che, al contempo, versando nuovi contributi nelle casse della Previdenza, parteciperebbero significativamente al riequilibrio del sistema nel medio lungo termine. Solo con la riduzione dell’orario di lavoro che punta anche a una vita lavorativa meno usurante, sarebbe giustificabile e compreso l’eventuale aumento dell’età pensionabile.

L’intero sistema Italia, Previdenza compresa, necessita di nuovi posti di lavoro che (ci sia consentito l’appunto) non si creano con lo sblocco dei licenziamenti o garantendo impunità alle imprese che dopo aver tratto profitto nel nostro territorio, delocalizzano i siti produttivi nella smaniosa ricerca di manodopera a basso costo nei Paesi meno sviluppati con lavoratori senza diritti.

Occorrono nuove politiche attive e meno politiche assistenziali del lavoro, al contrario della riduzione degli oneri previdenziali, dei bonus e dei sussidi, servono innovative riorganizzazioni del lavoro che tutelino l’occupazione, la salute del lavoratore, nonché la sua aspettativa di vita in una vecchiaia in buona salute, prevenendo e riducendo l’incidenza della non autosufficienza tra le persone anziane, enormemente diffusa nel nostro Paese.

Reintrodurre la flessibilità in uscita dal mondo del lavoro, che la riforma Monti-Fornero ha annullato, non significa sostituire una Quota con un’altra né tanto meno nuove salvaguardie, quanto piuttosto una definitiva sistemazione della Previdenza, a partire dall’equiparazione delle regole di pensionamento previste per i cosiddetti contributivi puri e le giovani generazioni che si troveranno a lavorare fino a 71 anni e più.

Se facciamo tutto questo, il sistema pensionistico in Italia sarà sostenibile per le future generazioni anche dopo il 2040, tutelando certezze ed equità a tutti i cittadini, restituendo i diritti ai pensionati, ai lavoratori che sono prossimi alla pensione e ai giovani che dovranno maturarla.

In tal senso è auspicabile il ripristino e il rispetto del criterio della perequazione automatica delle pensioni, introdotto con la L. 388/2000, per porre fine all’ultradecennale prelievo sulle pensioni in essere, che continua a togliere diritti previdenziali acquisiti e consolidati. Così come, è arrivato il momento di far cessare il perseverare di un accanimento di così lunga durata nei confronti delle pensioni di reversibilità che non sono catalogabili nell’assistenzialismo fine a se stesso perché derivano dal pagamento di una specifica contribuzione del lavoratore per tutelare, nell’evento morte, i familiari senza reddito.

Il sistema pensionistico ha bisogno di una riforma profonda che lo liberi da tutte le contraddizioni sommatisi nel corso dei decenni. Una riforma che punti a un sistema più equo ed equilibrato da restituire al suo vero ruolo di sostegno alle persone che escono dall’attività lavorativa, liberandolo dal peso del costo per le pensioni di assistenza che devono essere messe a carico della fiscalità generale.

Per quanto riguarda l’annunciata riforma fiscale, la Confederazione ORSA rileva che l’attuale sistema di prelievo fiscale è mal distribuito e particolarmente gravoso per i redditi da pensione e da lavoro dipendente, risultando “simbolico” per i redditi da capitale finanziario, immobiliare e plusvalori, così da escludere importanti categorie di reddito dal concetto di progressività. In particolare, lo stato attuale dell’IRPEF nell’aliquota iniziale del 23% colpisce i lavoratori e i pensionati meno abbienti che nella tabella Irpef in vigore nel 1974 erano gravati da un’aliquota iniziale limitata al 10%; invece, nell’aliquota del 43% salva i redditi miliardari di soggetti che possiedono un patrimonio non comune che nella tabella Irpef in vigore nel 1974 erano tassati con un’aliquota finale del 72%.

Lavoro e sicurezza, vigilanza e prevenzione, sono le combinazioni di cui si deve assolutamente tenere conto per far cessare le morti sul lavoro. La salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro deve essere perseguita prioritariamnete, prima di qualsiasi altro interesse e/o profitto, con investimenti, promuovendo costantamente comportamenti virtuosi atti a formare una culatura della sicurezza. In tal senso, ORSA auspica l'istituzione di un Fondo nazionale di sostegno per le fa famiglie e i minori orfani di caduti sul lavoro.

La Confederazione ORSA, è interessata altresì ad esporre proposte e contributi affinchè non si creino condizioni per licenziamenti selvaggi e di massa, si impediscano le delocalizzazioni dei siti produttivi, la vendita delle imprese strategiche del Paese, nonchè la liberalizzazione e la privatizione dei servizi pubblici, sociali e strategici.

Nella fattispecie della riforma pensionistica in discussione la Confederazione ORSA rivendica:

  • Riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario per creare nuova occupazione e conseguente incremento delle entrate nelle casse della Previdenza;
  • Contribuzione previdenziale, almeno figurativa, durante i periodi di effettiva disoccupazione;
  • Flessibilità in uscita a 62 anni di età per tutti senza alcuna penalizzazone;
  • Pensione anticipata per tutti con 41 anni di contributi;
  • Pensione di garanzia per i giovani;
  • Ampliamneto della platea di lavori gravosi con particolare riferimento a:
    • Ferrovieri addetti alle attività di sicurezza che, al contrario degli altri lavoratiori dei trasporti, sono rimasti ingiustamente fuori dalle tutele per i lavori usuranti a causa di un clamoroso errore contenuto nel comma 18 dell'art. 24 della legge Fornero 2011.
    • Portuali, inspiegabilmente esclusi nonostante la loro mansione operativa preveda una turnazione h24 con annessa turnazione notturna. Lavoro altamente rischioso e usurante che prevede la contiguità con merce pericolosa. I portuali svolgono mansioni gravose comprendenti la guida di mezzi pesanti , operazioni con carichi sospesi anche in condizioni meteo avverse, lavorazioni a bordo nave con utilizzo di attrezzatura rischiosa in luogo rischioso.
  • Valorizzazioen del lavoro di cura delle donne, con anticpo in uscita di 12 mesi per ogni figlio;
  • Estensione della 14esima mensilità a una platea più ampia di pensionati

 

Rimanendo a disposizione per ogni utile incontro e confronto, porgiamo distinti saluti.

 

 

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